Archivio per la categoria ‘Roba mia’

Frammenti d’estate/1: All around the world

25 Agosto 2009

Ritorna anche quest’anno il diario estivo a puntate.
Per immortalare alcuni momenti che vale la pena ricordare… con una foto, certo.
Ma anche con un post.

Balordi a Montréal

Credetemi, tutto avrei pensato, fuorché di trovarmi dall’altro capo del mondo, quest’estate.
Ma partiamo dall’inizio, ovvero da quella fredda serata di gennaio in cui tutto è cominciato: era in programma una simpatica birretta con gli amici, un venerdì sera come tanti. Era un po’ che la banda non era al completo ed era l’occasione giusta per fare un po’ di baldoria, parlare di donne e di calcio… insomma, una serata delle nostre.

I primi ad arrivare al luogo dell’appuntamento siamo io e Doc. Lavora a Firenze, fa un lavoro serio, dunque non ci vediamo spesso. Mentre chiacchieriamo del più e del meno, tra una battuta e l’altra, Doc butta lì la frase che avrebbe cambiato il corso della serata e della sua vita: «Il mio capo mi ha consigliato di fare un’esperienza professionale all’estero… ho mandato la richiesta a un’università piuttosto importante e… mi sa che mi hanno preso» « Ma dai – ribatto io -, fico. Dov’è che devi andare? Londra? Parigi…?» Doc scuote la testa, si accende una sigaretta e lancia la bomba: «Vado a Montréal, in Canada. Mi trasferisco per un annetto o poco più».

Sette mesi e nove ore di volo dopo quella gelida serata, eccoci qua, nella terra delle alci e di Bryan Adams.
In rappresentanza del gruppo ci siamo io e Gau, che decidemmo di passare qui parte delle nostre vacanze estive il giorno stesso in cui Doc è volato via dall’Italia. Un po’ a sorpresa, troviamo anche il Cicogna (loro storico amico), arrivato un paio di giorni prima di noi… a questo punto, è chiaro che non sarà affatto una vacanza come le altre…
Per otto giorni abbiamo invaso la casa del nostro amico (che da un paio di mesi divide con la fidanzata, una santa donna che non solo l’ha seguito in capo al mondo, ma  si è dovuta pure sorbire i nostri deliri per più di una settimana…) e vissuto proprio come vivono loro, i canadesi.

Montréal è una delle città più interessanti che mi sia capitato di vedere finora. Riesce in maniera eccellente a gestire particolari tratti della cultura europea (soprattutto a livello linguistico e architettonico), con l’innegabile influenza degli Stati Uniti, che si trovano praticamente a un tiro di schioppo dal Québec.
Non avevo mai varcato l’oceano prima d’ora, pensavo che il primo viaggio in America sarebbe stato proprio negli States… e invece eccomi qua, alla scoperta di un mondo totalmente nuovo, inaspettato, diverso da come potevo immaginarmelo. La vita è senza dubbio meno caotica rispetto alla nostra e muoversi da una parte all’altra di Montréal non è affatto un problema grazie a una rete di mezzi pubblici che collega benissimo ogni zona della città.
Il paragone con Roma, almeno da questo punto di vista, è impietoso purtroppo.

Il cibo è buono ma pesante, la mia pseudo-dieta diventa un caro ricordo dopo mezz’ora in terra canadese. 
Le giornate scivolano via come niente fosse, vediamo talmente tanti posti che le giornate non riescono più a starci dietro e le risate sono le più fragorose da… boh, non mi ricordo nemmeno da quanto tempo non ci divertivamo così. Forse dall’anno scorso, da Barcellona. Il tempo passa, le situazioni  e i luoghi cambiano… ma noi restiamo sempre gli stessi. Il momento di ripartire arriva troppo presto e le foto di questa breve vacanza iniziano a stamparsi nella mente: ci siamo intrufolati nel grattacielo di una multinazionale per vedere Montréal dall’alto, abbiamo affittato delle biciclette con le quali abbiamo fatto il giro di un intero circuito di Formula 1, fatto una braciolata con altri italiani che vivono lì, osservato una famiglia di procioni attraversarci la strada mentre eravamo seduti su un marciapiede e partecipato a un festival rock.
Abbiamo persino trovato un negozio che vendeva la maglia di Totti. In Canada.

Ci siamo ritrovati dall’altra parte del mondo a dire le stesse identiche fregnacce che dicevamo a Roma e che diremmo in qualsiasi altro posto. A parlare, a discutere del futuro, dei Pet Shop Boys che andrebbero rivalutati, delle assurde situazioni in cui ci andiamo a cacciare, dei progetti che non porteremo mai a termine.

Ci siamo ritrovati a ridere ancora. Insieme, come sempre.
Quando saliamo sul taxi diretto all’aeroporto, diamo un’ultima occhiata al quartiere, alla casa che ci ha ospitato. Diamo un’ultima occhiata a tutto quanto, prima di salutare il nostro amico. Sta bene, è felice, ha la donna giusta al suo fianco. Mentre andiamo via però, dietro di loro vediamo una figura. Molto alta. Ride.

È il Cicogna, ci saluta pure lui.
Mah.

Grazie di tutto, Doc.
E daje. Daje tutti.

Roma che dorme

21 Giugno 2009

Via dei Fori Imperiali, Colosseo

Un sabato sera, molto spesso, si trasforma in una domenica mattina.
Quando meno te l’aspetti, dopo aver chiacchierato, riso e girato per una notte che non è durata abbastanza, arrivano i primi raggi del nuovo giorno.

Guardo l’ora, è tardissimo. Mentre mi dirigo verso la macchina, la luce ormai ha definitivamente preso il posto del buio… e i palazzi iniziano a illuminarsi. Ora, chiamaramente tutto questo non dovrebbe suscitare alcun effetto, in una città normale. Ma se ti trovi al centro di Roma e davanti a te hai edifici costruiti con la calce e con la storia…beh, tutto cambia, fidatevi. Perché per quanto ci si possa abituare alle varie bellezze, ai monumenti o alle cupole, Roma trova sempre il modo di sorprenderti.

Quando meno te l’aspetti.

Così, mentre tutta la città dorme e riprende fiato, io decido che voglio stare ancora un po’ con lei.
Percorro Via dei Fori Imperiali, arrivo fino al Colosseo, illuminato di tre quarti, colorato d’imponenza.
In una frazione di tempo forse irripetibile, Roma mi fa vedere com’è quando smette di correre. Quando non urla.
Quando dorme.

Ha qualche graffietto, è affaticata, martoriata, testarda e complicata.
Ma quando sei di fronte a lei, in momenti come questi, capisci che non puoi fare a meno di amarla. Nonostante i problemi, il traffico e tutto il resto. In quel momento non c’è niente.

C’è solo lei, Roma che dorme.
Dorme e non s’accorge che spreca questo miracolo solo per me.

Nel primo giorno d’estate, riscopro la mia città, che oggi sembra proprio non se voglia sveglià.
Ma sì, dormi Roma mia. Riposate, fatte bella per noi.

Le mando un bacio, risalgo in macchina e vado via.
Ai problemi ci pensiamo un’altra volta.

Chicco e Spillo

16 Aprile 2009

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Amici, fratelli, compari.
La definizione sceglietela voi… sicuramente a loro calzavano a pennello tutte e tre.
Si conoscevano da una vita, qualcuno dice anche da prima. Tra loro non sono mai servite tante parole: bastava un cenno, uno sguardo, per capirsi. Ragazzini che si atteggiavano a bulletti, che giocavano col fuoco e ridevano in faccia alle sue fiamme. Con tanti saluti alla scuola, lasciata in prima media senza tanti complimenti.

Non c’era ragazzino in giro che non conoscesse le loro gesta: Chicco e Spillo, i meglio di tutti. Neanche un pelo sulla faccia ma già un paio di cicatrici di cui potersi vantare.

Stavano sempre lì, buttati su quel muretto, a cazzeggiare. Uno seduto sopra, l’altro appoggiato alla parete, solitamente con una sigaretta che gli penzolava dalla bocca. Ogni giorno con accanto un motorino diverso, un graffio diverso, un’avventura diversa. Da raccontare ai bambocci del quartiere, che ormai da tempo li avevano eletti  padroni  dell’impossibile.
Nessuno ha mai capito quale fosse il confine tra realtà e spacconate, ma in fondo a chi importava?

Erano Chicco e Spillo, potevano fare tutto.
Anche una rapina, massì, perché no. Bastava un cacciavite per entrare nel bar di Enzo, era un gioco da ragazzi. Quel frescone non portava mai via l’incasso, lo sapevano tutti… e che c’era l’allarme non ci credeva nessuno. Ti pare. 
Il cacciavite ce l’aveva Spillo, Chicco in un secondo era dentro, la cassa stava lì, dritta davanti a loro.
All’improvviso l’inferno si scatena, l’allarme c’era davvero, mortacci di Enzo. 

«Riprendi il cacciavite, spacca qui, prendiamo i soldi, scappiamo, corri, daje!»
«È fatta, guarda quanti sono, mamma mia, te rendi conto…»
«CORRI, SCEMO!»

La polizia stava arrivando, loro come due gatti saltavano sul motorino. Mai visto un cinquantino correre così, pareva avere paura pure lui. Chicco guidava, Spillo pregava, Enzo imprecava, la volante volava.
Era quasi fatta, una volta usciti da quel vicoletto non li avrebbe presi più nessuno. Mancava veramente poco, un’altra impresa era compiuta, ce l’avevano fatta.

Mancava davvero poco.

La gente che stava lì racconta di una macchina che non ha fatto in tempo a frenare.
Di Chicco che ha strillato qualcosa, di Spillo che si è coperto la faccia per non guardare.
Di come una bravata sia finita in tragedia. 

Tutta Monteverde scese giù in strada, la notizia si sparse in pochi minuti.
Dicono che qualcuno abbia addirittura pianto per loro, i due ragazzini che a furia di giocare col fuoco alla fine si sono bruciati. Hanno detto di tutto su quei due: che erano dei teppisti, che a quell’età dovevano pensare a studiare, che prima o poi gli sarebbe successo qualcosa di brutto.

Eppure, nell’incredibile caos di voci e sentenze, nessuno si è accorto di una cosa.
Che alla fine ce l’avevano fatta anche stavolta.
«Non ci prenderanno mai», amavano ripetere.
E in effetti, non li presero proprio mai.

Scommetto quello che vi pare che anche da lassù staranno ridendo di noi, vantandosi di questa loro ultima, pazzesca uscita di scena…

Chicco e Spillo.

Ci hanno fregato un’altra volta.

Redemption song

4 Gennaio 2009

Dopo qualche mese di attesa, ecco il secondo capitolo della storia iniziata in The Million Dollar Hotel.
Se non l’avete ancora letta, cliccate sul link qui sopra e poi tornate di nuovo qui per la seconda parte…

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Due ore di sonno.
Sostanzialmente, poco più di una pennichella… ma se sono l’unica cosa che ti rimane di una nottata fatta di pensieri che venivano giù come valanghe, allora non sai se ringraziare il cielo di esserti svegliato o maledire chi aveva scatenato quel casino: te stesso.
Todd era uno straccio, ma fissare il soffito non avrebbe portato a niente. Doveva alzarsi. Lo fece, con quel retrogusto di tabacco e Jack Daniel’s lasciato in dono da una notte che non passava più. Come se non bastasse, c’era un qualcosa che continuava a battere incessantemente, come qualcuno che bussava piano, continuamente, alla sua porta. Insopportabile.

Aveva paura. Una paura fottuta. Ma il pensiero di quei soldi… così tanti che per contarli non sarebbe bastata una vita… riusciva a dargli quel tanto di energia che gli serviva per muoversi. Con tutto quel denaro, sparirebbero tutti i problemi in un secondo, finalmente le cose andrebbero nel verso giusto. Già.
Il verso che vuole Todd.
Del resto dopo una vita passata nel sottoscala dell’inferno, era arrivato il momento di prendersi qualcosa… non importa come. Il limite ormai l’aveva oltrepassato nel momento stesso in cui…  in cui… ha fatto quell’errore. Proprio pochi istanti prima di partire. Un maledetto errore che ha macchiato la sua anima per sempre e che tutta la dannata pioggia di questi giorni non riuscirà certo a lavare via. Nulla potrà farlo, non c’è niente da fare. L’alcol ha provato a dargli una mano a dimenticare… ma alla fine gli ha solo ricordato come si fa a piangere.

Quel cazzo di rumore di sottofondo continuava, diventando sempre più assordante… aprì la porta, si guardò intorno.
Non c’era nessuno, in lontananza si sentivano solo le chiacchiere insensate di quel tizio che continuava a parlare di Elvis e le risate di chi si trovava nella hall. Dannati pazzi… perché non vanno a letto?

Tornando dentro, tirò fuori le sue carte: appunti, schemi, ritagli di giornale, matite.
Mise tutto su una piccola scrivania che aveva nella camera e cercò di ragionare lucidamente sul da farsi… iniziò a scrivere, a ricopiare nomi di vie. Le mani gli sudavano e gli occhi erano rossi. Ma non era un problema.
Doveva studiare tutto, ogni dannata cosa.
Se solo quel maledettissimo rumore cessasse…

«BASTA!»

Si rese conto di aver urlato, forte. Era affannato, in piedi e con una matita rotta tra le mani. Con un po’ di fortuna, magari nessuno avrebbe fatto caso a quell’urlo. Solo lui, tra carte, appunti e ritagli di giornale, si rese conto di una cosa. Per tutta la notte non aveva fatto altro che ascoltare l’incessante battito del suo cuore. Sempre più forte, quasi volesse uscire dal petto, quasi volesse accusarlo. Giudicarlo.
«Basta con queste cazzate – pensò, lavandosi il viso - , devo concentrarmi. Il tempo stringe e tutto dev’essere perfetto. Tutto…»
Fuori continuava a piovere come non mai. Si appoggiò alla finestra, pensando a tutto e a niente.
Un altro goccio di whisky, un’altra sigaretta.
Un’altra menzogna raccontata al suo cuore.

La notte più lunga della sua vita, finalmente, scivolava via.

2 – continua…

The Million Dollar Hotel

15 Ottobre 2008

Ci sono luoghi che rispecchiano l’anima delle persone.
Posti che sembrano attirare, quasi naturalmente, una certa tipologia di esseri umani.
Gente che non ha nulla in comune se non un passato da nascondere, da tenere giù, in fondo.

Todd era nuovo in città, il benvenuto gliel’hanno dato una serata di pioggia e l’indifferenza della gente. Viene da lontano, scappa da sè stesso sperando di non trovarsi neanche qui. Per bagaglio ha una valigia di pensieri, una stecca di marlboro e una bottiglia di ricordi. Ma per un letto caldo è pronto a dar via tutto, tabacco compreso.

Dall’altro lato della strada c’è un albergo, l’insegna al neon ha un paio di lettere fulminate ma leggibili. L’aspetto è quello di una bettola, se tutto va bene dentro è anche peggio… ma non importa, forse è l’unico posto che potrà permettersi stanotte e va bene così.

Alla reception trova un ragazzetto di appena cinquant’anni che sogna di essere morto, accanto a lui mezza bottiglia di rum gli suggerisce com’è andata la serata. Aspetterà che si svegli, non ha fretta.

In fondo alla hall una donna dai capelli rossi con tutti i nomi del mondo gli fa capire di essere pronta a scaldarlo per qualche spiccio e un paio di sigarette. Dietro di lei, seduto al bancone del bar, si agita un tizio che dice di essere il figlio di Elvis. Vuole arrivare in cima alle classifiche, ma al momento è solo in fondo alla sua vita.

Il portiere si sveglia, le urla del matto almeno sono servite a qualcosa.

Documenti, chiavi, firme e finalmente riesce ad arrivare in camera. Un buco che dovrà dividere con l’umidità e il senso di colpa. Chiudendo la porta della sua stanza, legge un piccolo cartello:
 
Benvenuti a casa vostra”.

Si butta sul letto, si accende una marlboro e per la prima volta, dopo tanto tempo, Todd scoppia in una risata liberatora, forte, sincera. L’unica che si possa sentire in tutto l’edificio.

Il retrogusto è amaro, certo. Ma ci penserà in seguito, ora vuole solo riposare.
Domani lo aspetta la più grande rapina del secolo.

Il segno delle parole

2 Settembre 2008

Una delle cose che non mi sarei mai aspettato, quando ho iniziato a postare i miei racconti brevi sul blog, è che avrebbero attirato le attenzioni di una delle più talentuose disegnatrici italiane della nuova generazione.

Jenny e Buddy, protagonisti di "Un'estate al mare"

Jenny e Buddy, protagonisti di "Un'estate al mare"

Luisa Russo, che dal prossimo marzo potrete ammirare sulle pagine della serie Jonathan Steele (edita dalla Star Comics), è capitata quasi per caso qui nella Taverna. Nonostante il brutto ceffo dietro il bancone, si è trovata bene e ha provato qualche specialità della casa, tra cui appunto, questi famosi racconti.
In particolare, Luisa ha apprezzato Un’estate al mare e Atomic, al punto che ha deciso di farmi una gradita sorpresa provando a disegnarli, per renderli dei veri e proprio fumetti.

Pubblico dunque molto volentieri i primi studi dei personaggi e l’illustrazione dedicata al primo Frammento d’estate (che si avvale dei colori dell’ottimo Alessandro Bragalini)… Non so se qualcuno

La misteriosa francese protagonista di "Atomic"

La misteriosa francese protagonista di "Atomic"

in futuro potrà avere voglia di pubblicare questi
progetti, ma ringrazio davvero di cuore Luisa per l’impegno e la passione che ha dimostrato nel realizzarli. Vedere Jenny e Buddy disegnati è stata una gran bella sorpresa!

Se volete vedere altri lavori di questa disegnatrice, fate un giro sul suo sito web ufficiale, mentre qui trovate il blog di Alessandro Bragalini.

Frammenti d’estate/2: Rimini Rimini

12 Agosto 2008

Piccolo diario estivo a puntate.
Per immortalare alcuni momenti che vale la pena ricordare… con una foto, certo.
Ma anche con un post.

Erano esattamente sei anni che non tornavo a Rimini. Tanti, per uno abituato ad andarci ogni estate da quando aveva appena tre mesi di vita…
Per la mia famiglia è sempre stata una sorta d’istituzione, inaugurata parecchi decenni fa da mio nonno. Iniziò quasi per caso ad andare in questo alberghetto, l’Hotel Arabesco. Gli piacque talmente tanto che continuò ad andarci regolarmente ogni anno, passando poi il testimone a mio padre.
Simpatico posto, rigorosoamente a conduzione familiare, che ha visto intere generazioni dormire, mangiare, ridere e innamorarsi sotto il suo tetto, nella migliore tradizione della Riviera Romagnola.

Questa località in qualche modo mi ha visto crescere, cambiare anno dopo anno. Lì ho passato davvero parecchio tempo, praticamente ogni estate fino alla maggiore età. Penso di essere una delle poche persone che associa Rimini non tanto a discoteche e divertimenti vari (che comunque ho provato tutti… già che mi trovavo…), ma a una sorta di seconda casa, in cui passavo gran parte delle mie vacanze.

Quest’anno mia madre ha convinto sia me che i miei fratelli a passare qualche giorno insieme a lei proprio in quell’albergo, che stoicamente continua a frequentare. La proposta è stata accolta favorevolmente da tutti, dunque non potevo proprio tirarmi indietro: si torna a Rimini.

Causa impegni di lavoro, parto un giorno dopo di loro.
Preparo il borsone, salgo in macchina e prendo l’autostrada… tutto normale, insomma.
E invece no, perché proprio sull’Adriatica mi rendo conto che è la prima volta che torno sulla Riviera da solo, da “grande”. Mentre mi avvicino alla meta, ecco che iniziano ad affiorare quei ricordi d’infanzia che ti fanno un po’ sorridere, per poi esplodermi totalmente nella mente quando  -dopo quattro ore di viaggio- finalmente arrivo.

L’Hotel Arabesco… dopo tutto questo tempo, è ancora lì. Tutto è esattamente com’era l’ultima volta, qui il tempo sembra proprio non passare mai. È la cosa che mi ripeto, finché non vedo mia madre nel cortile, che gioca con il mio nipotino di appena due anni. Proprio come faceva con me, solo che adesso il bambino è il figlio di mio fratello… e allora forse sì, qualche anno è passato. Per noi, ma non per queste mura.

Qui facevo i compiti per le vacanze quand’ero alle elementari, ho avuto il mio primo bacio e il mio primo amore. Ho anche vinto il mio primo torneo di calcetto e fatto a botte con un ragazzino di Milano, non so per quale motivo. Credo che di mezzo ci fosse una ragazzina, ma ora non ricordo bene.
Pezzi di vita che hanno corso insieme a me per le scale di un’albergo che fa parte della mia storia personale, per il lungomare che non dorme mai e per le spiagge che mi hanno insegnato che anche le donne fanno promesse da marinai.

Scendo dalla macchina, respiro l’aria di mare e vedo mia madre sorridere, mentre prendo in braccio mio nipote. Eccoci qui, tutti insieme.
A quattrocento chilometri da Roma, sono tornato a casa.

Un’estate al mare

15 Luglio 2008

Era un’estate di qualche tempo fa… esattamente quanto tempo fa, non so proprio dirvelo.
Magari neanche troppo, in fin dei conti. Dipende dai punti di vista.

Il campeggio era assolato come non mai e Buddy, 10 anni, aveva appena finito di leggere un gran bel fumetto. Un’avventura fantastica, di quelle che quando le leggi… beh, quasi ti sembra di essere lì, a volteggiare nello spazio insieme a eroi che parlano con le nuvole. Superman non lo batte nessuno, c’è poco da fare… e anche se il ragazzino della tenda accanto pensa che Capitan America sia più fico, chissenefrega.
Ma vuoi mettere? Volare più in alto degli aerei e colpire con la forza di cento uomini… Non c’è paragone.

Per leggere i suoi fumetti, Buddy aveva scelto un posto segreto: un paio d’alberi molto vecchi, cresciuti in maniera strana, quasi obliqua, vicino alla spiaggia. Offrivano un venticello niente male ed erano un nascondiglio perfetto per vivere le sue avventure, anche perché il tutto era circondato da una serie di cespugli che in qualche modo lo nascondevano al mondo intero.
Una via di mezzo tra la Bat-caverna e… beh, il campeggio, pensò. Forte.

Per giorni interi, nessuno violò la sacralità di quel luogo, tenuto segreto a tutti: amici, parenti e cane. Oddio, magari il cane qualche volta poteva venire, in fin dei conti anche Superman aveva un cane. E poi sapeva mantenere un segreto. L’estate di Buddy stava passando tranquilla dunque, tra rifugi segreti, fumetti e cocacole prese al chiosco sulla spiaggia… con gli amici ci giocava la mattina o nel tardo pomeriggio, per il resto… il suo mondo era lì. Ed era perfetto.
Almeno finché la Fortezza della Solitudine non venne improvvisamente attaccata. Una forza nemica aveva oltrepassato il perimetro e Buddy era totalmente impreparato ad affrontare, di punto in bianco, senza uno straccio di preparazione, una simile minaccia… si nascose dietro l’albero e osservò l’oggetto che con prepotenza era caduto dal cielo.

Una palla.
Rossa, per di più.

Si alzò lentamente. Nascose prima i fumetti sotto un cespuglio – meglio proteggere il tesoro, non si sa mai – poi strappò un ramo che si trovava proprio alla sua altezza. Impugnandolo, sperava di trovare anche un briciolo di forza in più, per proteggere il suo posto segreto.
Dei passi, lenti, calpestavano l’erba secca. Era il nemico, stava arrivando.
Le mani di Buddy stringevano il ramo sempre più forte, mentre una goccia di sudore precipitava dalla sua fronte… ma non per il caldo, stavolta. Era la sfida che aspettava, lui contro il nemico che lancia palloni.
Rossi. Come il sole che toglie i poteri a Superman… che ci sia un nesso tra le due cose? Che sia un piano di qualche nemico che vuole impadronirsi del rifugio di Buddy, per farlo diventare il quartier generale di uno scienziato pazzo che vuole conquistare il mondo? Magari per distruggere Superman. Probabile.

I passi avanzavano. Lui anche. Lentamente, come il suo nemico. Il ramo era pronto a sferrare il suo attacco.
Ci siamo, ecco: due mani stanno aprendo un passaggio nel cespuglio, sta per arrivare, lo sguardo si fa deciso, la presa sul ramo sempre più forte, i piedi ben saldi, il sudore è ovunque, eccolo.. eccolo… e… e.. e.

Era Jenny. La figlia dei vicini di tenda, quelli accanto alle docce.
Bionda, 11 anni e con un sorrisetto che avrebbe atterrato anche Superman.
«Ero solo venuta a prendere la palla, non volevo spaventarti…»
Disse lei, sempre con quel sorrisetto. Era sveglia, la tipa.

Ma Buddy non era da meno.
«Certo, certo… beh, allora prendila e portatela via. Io ho un sacco di cose da fare qui, mica posso stare a perdere tempo con te.»

«A sì? E che devi fare?»
«Cose da maschi.»

La classica risposta che lasciava spiazzata qualunque femmina di quell’età. La Fortezza non correva rischi, ora lei se ne sarebbe andata e probabilmente mai più tornata. Sicuro.

«Ok… allora vado e ti lascio fare le tue cose. Però è un peccato, potevamo giocare insieme con la palla… sai, non ho molti amici qui. E pure tu stai sempre per conto tuo, ti vedo ogni giorno che vieni qui da solo. Dai, dimmi che fai… Non lo dico a nessuno, giuro.»

Buddy ci pensò un’attimo. Poteva aprire il suo mondo a lei? I suoi fumetti, le sue avventure… avrebbe capito? Poi Jenny lo fece di nuovo. Quel sorrisetto. Si sistemava i capelli dietro le orecchie e continuava a sorridere, con il capo chino e gli occhi rivolti verso di lui, quasi volesse con tutto il cuore far parte anche lei della fortezza. Aveva vinto, inutile continuare a fare storie. Buddy si avvicinò, con sguardo serio e deciso,
Allungò la mano e gli donò una delle armi più potenti dell’universo.

«Prendi questo.»
«Un ramo? E che ci faccio?»
«Ci servirà per difenderci. Metti che qualcuno attacca la Fortezza…»
«Ah, ok. M’insegni tu a usarlo?»

In quel momento, Buddy si sentì importante come non mai. Altro punto a favore della ragazzina dai capelli dorati, venuta da chissà dove e pronta a tutto pur di salvare il mondo.
Decise però di mantenere il piglio da duro, lui. Un vero capo non si fa certo abbindolare da un sorrisetto…

«Certo. Prendi anche la tua palla, se vuoi. Potrebbe servirci.»
Iniziarono così una serie di avventure fantastiche, tra mostri di legno, sassi parlanti e palloni infuocati.

Che grande estate che fu quella…

Good morning sunshine

27 Maggio 2008

Alcune volte l’amore si manifesta sotto sembianze umane.
Sally è stata probabilmente un’emanazione stessa dell’amore, sentimento al quale ha dedicato interamente la sua vita, nonostante alcune volte sarebbe stato meglio pensare ad altro.

Perché mentre lei si impegnava a distribuire sorrisi e baci, altri rispondevano con ghigni e cazzotti. Ma a lei non importava, perché se c’era una giornata di sole, allora valeva la pena sopportare qualcosa. E se tante volte pioveva… beh, sapeva che oltre quelle nuvole c’era una luce immensa che prima o poi sarebbe venuta fuori.
Era fatta così, Sally.

Animo nobile, sguardo fiero e coraggio che avrebbe fatto impallidire il più grande dei guerrieri. Niente e nessuno poteva mettergli paura, perché la vita gli aveva spesso riservato qualche brutto tiro, ma lei ormai aveva la pellaccia dura. E un sorriso che non poteva non tranquillizzarti… nonostante lei, tranquilla, non ci stava proprio mai.

Uomini scaltri hanno violentato quell’animo puro, usandola come un fantoccio e buttandola in terra come un fazzoletto usato. Talmente tante volte che a un certo punto ha smesso di pensare che sotto le nubi splenda il sole e… che la vita forse non è tutta questa gran cosa.

Aveva anche smesso di mangiare le fragole, Sally. Non ne sentiva più il sapore, non le ricordavano più momenti dolci. Ma solo malattie.

A un certo punto si era ritrovata tutta sola, in una casa grande come il suo cuore ma vuota come il suo mondo. Passare le giornate a prendersela con i ricordi… beh, per poco non ce la portava via.
Ma poi è arrivato il colpo di teatro che non ti aspetti.
Il raggio di sole che squarcia le nubi, inonda la casa e illumina le rughe di un volto segnato dalla vita, unendole tutte finché non diventano il più bello dei sorrisi.

Perché proprio mentre pensava che il destino avesse vinto, ecco che l’amore colpisce ancora.
Strappandola dal buio per portarla indietro nel tempo, usando una magia per farla ringiovanire di vent’anni… almeno con la mente, si capisce.
E come per incanto, Sally è di nuovo innamorata.

Stavolta è un tipo speciale, non come gli altri.
Un amore così grande che a saperlo descrivere probabilmente si prenderebbe il nobel per la letteratura.
Guardarli insieme è uno spettacolo, tutto il tempo abbracciati, a ridere e a ridere ancora.

C’è solo un momento in cui una lacrima torna a scendere dal suo viso.
Quando lui, perdendosi nei suoi occhioni grandi, gli dice la parola più bella del mondo.

Una delle poche che sa dire bene.

“Nonna!”

Adesso sì che il sole è tornato a splendere.

Destinazione paradiso

11 Maggio 2008

Se la vita è un lungo viaggio, a volte fermarsi all’autogrill è necessario.

A Frank gli autogrill piacevano. E pure tanto.
Gli ricordavano dei viaggi che faceva quand’era bambino, dei piccoli (grandi) regali che la madre gli comprava mentre il padre leggeva il giornale, appoggiato al bancone del bar.
Gli ricordavano cibi con nomi strani e caramelle che in città proprio non si trovavano.

Oppure di quel Capodanno, qualche anno più tardi, in cui totalmente sbronzo si ritrovò lì con amici che ora fanno parte dei ricordi a brindare a un anno che li vide insieme per l’ultima volta. 

Ma anche di quel viaggetto fatto con lei, in cui riuscì a farla commuovere davanti a una cocacola media e a prendersi uno di quei baci che restano per sempre.

Insomma, per Frank gli autogrill hanno significato sempre qualcosa di importante, nel bene e nel male. Facevano parte della sua vita, vissuta quasi sempre sull’ottovolante per colpa di un carattere non facile, sopportato probabilmente solo dalla sua macchina. Una vecchia Fiat di chissà quale anno che se fosse ancora qui, ne potrebbe raccontare davvero delle belle.

A Frank piace ancora viaggiare, nonostante qualche acciacco. Nonostante non abbia più nessuno da portare con sé, perché a furia di stare sull’ottovolante qualcuno è caduto giù. E altri ancora hanno deciso che era meglio scendere, perché dopo un po’ non era più divertente.

È proprio per loro che oggi è tempo di ripartire. Di salire in macchina, prendere l’autostrada e macinare chilometri. Per incontrarli tutti di nuovo, per ridere, parlare e… perché no? Prendere di nuovo quel bacio.

Se vi state chiedendo dove ritroverà tutti quanti… beh, la risposta dovreste saperla.
Nella mente, nel suo cuore.
O, magari, nel prossimo autogrill.