Ritorna anche quest’anno il diario estivo a puntate.
Per immortalare alcuni momenti che vale la pena ricordare… con una foto, certo.
Ma anche con un post.

Credetemi, tutto avrei pensato, fuorché di trovarmi dall’altro capo del mondo, quest’estate.
Ma partiamo dall’inizio, ovvero da quella fredda serata di gennaio in cui tutto è cominciato: era in programma una simpatica birretta con gli amici, un venerdì sera come tanti. Era un po’ che la banda non era al completo ed era l’occasione giusta per fare un po’ di baldoria, parlare di donne e di calcio… insomma, una serata delle nostre.
I primi ad arrivare al luogo dell’appuntamento siamo io e Doc. Lavora a Firenze, fa un lavoro serio, dunque non ci vediamo spesso. Mentre chiacchieriamo del più e del meno, tra una battuta e l’altra, Doc butta lì la frase che avrebbe cambiato il corso della serata e della sua vita: «Il mio capo mi ha consigliato di fare un’esperienza professionale all’estero… ho mandato la richiesta a un’università piuttosto importante e… mi sa che mi hanno preso» « Ma dai – ribatto io -, fico. Dov’è che devi andare? Londra? Parigi…?» Doc scuote la testa, si accende una sigaretta e lancia la bomba: «Vado a Montréal, in Canada. Mi trasferisco per un annetto o poco più».
Sette mesi e nove ore di volo dopo quella gelida serata, eccoci qua, nella terra delle alci e di Bryan Adams.
In rappresentanza del gruppo ci siamo io e Gau, che decidemmo di passare qui parte delle nostre vacanze estive il giorno stesso in cui Doc è volato via dall’Italia. Un po’ a sorpresa, troviamo anche il Cicogna (loro storico amico), arrivato un paio di giorni prima di noi… a questo punto, è chiaro che non sarà affatto una vacanza come le altre…
Per otto giorni abbiamo invaso la casa del nostro amico (che da un paio di mesi divide con la fidanzata, una santa donna che non solo l’ha seguito in capo al mondo, ma si è dovuta pure sorbire i nostri deliri per più di una settimana…) e vissuto proprio come vivono loro, i canadesi.
Montréal è una delle città più interessanti che mi sia capitato di vedere finora. Riesce in maniera eccellente a gestire particolari tratti della cultura europea (soprattutto a livello linguistico e architettonico), con l’innegabile influenza degli Stati Uniti, che si trovano praticamente a un tiro di schioppo dal Québec.
Non avevo mai varcato l’oceano prima d’ora, pensavo che il primo viaggio in America sarebbe stato proprio negli States… e invece eccomi qua, alla scoperta di un mondo totalmente nuovo, inaspettato, diverso da come potevo immaginarmelo. La vita è senza dubbio meno caotica rispetto alla nostra e muoversi da una parte all’altra di Montréal non è affatto un problema grazie a una rete di mezzi pubblici che collega benissimo ogni zona della città.
Il paragone con Roma, almeno da questo punto di vista, è impietoso purtroppo.
Il cibo è buono ma pesante, la mia pseudo-dieta diventa un caro ricordo dopo mezz’ora in terra canadese.
Le giornate scivolano via come niente fosse, vediamo talmente tanti posti che le giornate non riescono più a starci dietro e le risate sono le più fragorose da… boh, non mi ricordo nemmeno da quanto tempo non ci divertivamo così. Forse dall’anno scorso, da Barcellona. Il tempo passa, le situazioni e i luoghi cambiano… ma noi restiamo sempre gli stessi. Il momento di ripartire arriva troppo presto e le foto di questa breve vacanza iniziano a stamparsi nella mente: ci siamo intrufolati nel grattacielo di una multinazionale per vedere Montréal dall’alto, abbiamo affittato delle biciclette con le quali abbiamo fatto il giro di un intero circuito di Formula 1, fatto una braciolata con altri italiani che vivono lì, osservato una famiglia di procioni attraversarci la strada mentre eravamo seduti su un marciapiede e partecipato a un festival rock.
Abbiamo persino trovato un negozio che vendeva la maglia di Totti. In Canada.
Ci siamo ritrovati dall’altra parte del mondo a dire le stesse identiche fregnacce che dicevamo a Roma e che diremmo in qualsiasi altro posto. A parlare, a discutere del futuro, dei Pet Shop Boys che andrebbero rivalutati, delle assurde situazioni in cui ci andiamo a cacciare, dei progetti che non porteremo mai a termine.
Ci siamo ritrovati a ridere ancora. Insieme, come sempre.
Quando saliamo sul taxi diretto all’aeroporto, diamo un’ultima occhiata al quartiere, alla casa che ci ha ospitato. Diamo un’ultima occhiata a tutto quanto, prima di salutare il nostro amico. Sta bene, è felice, ha la donna giusta al suo fianco. Mentre andiamo via però, dietro di loro vediamo una figura. Molto alta. Ride.
È il Cicogna, ci saluta pure lui.
Mah.
Grazie di tutto, Doc.
E daje. Daje tutti.






Erano esattamente sei anni che non tornavo a Rimini. Tanti, per uno abituato ad andarci ogni estate da quando aveva appena tre mesi di vita…



